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mercoledì 13 marzo 2013

Recensione Edible Woman - Nation (In association with Just Kids magazine)



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martedì 12 marzo 2013

Recensione CorLeone 'Blaccahénze' (In association with Just Kids magazine)



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mercoledì 6 febbraio 2013

Recensione Flowers - Monna Lisa Store


Sembrano giungere in punta di piedi i Flowers, trio di Fiorenzuola d’Arda ora all'attivo con il primo lavoro ufficiale e, con altrettanta prudenza, bussano alle porte del music word, ma lasciateli entrare nei vostri mondi privati ed il delirio è assicurato.

Giovani, esplosivi e dalle iridescenze ricche di rimandi sonori altisonanti i tre si muovono con slancio in terreni sanguinanti e, sgomitando per trovare un posto in piedi tra la folla, giocano con avidità con i tratti somatici di un'era che fu.
Tale ricerca, tuttavia, compiuta in piena energica corsa, diviene vittima dell'urgenza ed il trio si ritrova, accecato dai bagliori union jack, a mettere in riserva i rischi attingendo a piene mani nella sempre viva età degli splendori brit-pop, i '90.

Dando un così nutrito spazio ai punti di forza del genere d'altronde ci si ritrova a percorrere una via lastricata di oro bello solo da guardare e, non potendo godere dei benefici di tale “ricchezza”, lasciano all'ascoltatore solo il vuoto di un miraggio.
In sostituzione della scarsa dose di personalità giunge però in nutrito aiuto la granitica vitalità citata in apertura, ma ciò nonostante le pecche di “Monnalisa Store” non riescono a dare segni di cedimento e ci ritroviamo alla fine dei festeggiamenti a fare la conta dei danni.

Come primo tra tutti i detrattori non può non essere menzionato il senso di uniformità sonora tra pezzo e pezzo, una pecca, questa, capace di far calare l'attenzione fino a farci percepire la sensazione di non avere più nulla tra le mani. Ma non solo, andando avanti tra le noti dolenti inevitabilmente si torna a sottolineare i rimandi troppo marcati al pantheon dei loro autori chiave ma, ad ogni modo, non serve scavare poi molto per trovare invece quelli che sono i buoni punti in divenire del trio.

Cominciando dalla salda padronanza delle proprie capacità tecniche si passa così via via alle valide intuizioni che si possono riscontrare nei cenni di contaminazioni folk, psichedeliche/settantiane o rock dagli afflati power o più hard per poi puntare l'orecchio all'interessante uso di riferimenti letterari (vedi citazione del De Profundis di Wilde) che certo non lasciano indifferenti soprattutto contando che di opera prima si tratta.

Tra momenti acustici o tirati, tra feste o malinconie, proprio come il celeberrimo quadro su cui ruota questo disco, i Flowers ci lasciano in sospeso tra i fumi di un mix di mistero, realtà, leggenda, consuetudini di comodo e sogno; così dando per buono ciò che riesce a farci passare un po' di tempo in allegria, cerchiamo di non farci troppe domande su come alla fine tutto ciò (volendo) può riuscire ad intrigarci. La strada da percorrere però è ancora lunga e per il famoso salto di qualità ci vuole uno sforzo maggiore.




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Flowers:  
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martedì 18 dicembre 2012

Recensione Ufo Romeo - Divergenze Emozionali Ep

Autoprodotto - 2012

Come alieni dal cuore di novelli corteggiatori di Giuliette degli anni zero, gli Ufo Romeo, band romana dal profetico quanto non-sense nome, arrivano sulla Terra per invaderci con la loro carica pop-rock irriverente e allo stesso tempo ricca di pulsioni romantiche.
Non aspettavi però sentimentalismi nell'accezione canonica del termine, perché qui, pur facendo scontrare tra loro diversi ambiti delle sfere affettive, tali tensioni emotive non solo emergono in maniera del tutto peculiare ai cinque componenti del gruppo ma, oltretutto, si tingono di sfumature camaleontiche a seconda del circondario musicale in cui sono immerse.
L'ironia poi è un altro di quei fattori che non manca nel sound di questi ragazzi, portandoci così, tra testi, sottotesti e ben intesi, nella bizzarra fase in cui non sei più in grado di distinguere dove finisce un pensiero razionale ed inizia una sorta di presa e autopresa per i fondelli.

Tra momenti arguti o più scanzonati si scava quindi in delusioni, necessità o approcci umani di vario genere capaci di prendere le sembianze di un certo tipo di cinismo idoneo, a sua volta, a svelare il suddetto singolare romanticismo e sottolineare l'impronta del gruppo. Ma la loro cifra stilistica non si chiude qui. Buona è, infatti, la coesione tra cinque Ufi e non si discute neanche sulle evidenti doti tecniche, mentre al contrario risulta un po' carente ciò che riguarda il songwriting, un punto, questo, spesso madre di testi macchinosi abili a rallentare la scioltezza dei singoli pezzi fino a frenare in maniera vincolate l'intero organico del disco.

E' tra cenni di chitarre dall'approccio settantiano, ritmi&ritornelli imponi canticchiata, tastiere dai toni space, pelli pestate o accarezzate, bassi subdoli o in prima fila e voci morbide, però, che spunta la vera nota positiva di Divergenze Emozionali.
Questa volta, infatti, ci troviamo a poter dire che il classico connubio pop-rock non ci rifila l'altrettanto consueto rimando ad atmosfere strettamente alternative o commerciali e mediante tale gioco di equilibri le acque vengono confuse quel tanto che basta per risparmiarci in parte la solita mistura usata, abusata e riesumata fino alla necrofilia.

Ecco, quindi, che distillandosi con la verve degli U.R. il sound si tinge di glam o di uno spiccato groove danzereccio conferendo al tutto una vena meno ghettizzata agli standard del genere.
Ciò non basta però a sopperire la mancanza di una maggiore audacia stilistica (assenza resa ancora più mordente se si nota la presenza di un estro svincolato solo in parte) ed in tale maniera questo lavoro viene penalizzato tanto da perdere credibilità e conformarsi con il resto delle band sulla stessa onda.

Le capacità ci sono, l'estro creativo idoneo a puntare all'originalità non manca; se il loro scopo non è puntare ai wet seats beatlesiani, l'obbligo imperativo è: osare di più.




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domenica 18 novembre 2012

Recensione Miss Chain & The Broken Heels - On a Bittersweet Ride



Andando su e giù per le montagne russe degli stati d'animo dell'umano genere i vicentini Miss Chain & The Broken Heels, con questo primo album, ci portano dritti verso spiagge assolate ed ustioni dalla varietà di gradi. Non sforzatevi però a cercare tali luoghi sulla cartina, perché questo viaggio ci farà arrivare più lontano di quanto possiate immaginare, aprendo le porte del tempo e riuscendo a farci giungere sì nei luoghi designati ma, allo stesso tempo, ci troveremo lontano dal punto in cui siamo di almeno quattro decadi.

Alti&bassi, corsi&ricorsi storici, in una trentina di minuti suggellati in 12 pezzi abbiamo modo di regalarci una buona dose di empatia, andando dal solluchero del condividere atmosfere sonore  anacronistiche fino al ritrovarsi nelle note spensierate o più amare.
Già, perché come detto, in “On a Bittersweet Ride” non c'è spazio solo per la leggerezza a perdifiato ma, quasi in egual misura, trovano ampie collocazioni anche quelle nubi cariche di infausti presagi che nel bene o nel male spuntano in ogni cielo.

E' il profumo d'estate però a prendere il sopravvento (almeno in apparenza) ed ecco qui che, da una certa compattezza strutturale, zampillano note frizzanti ed immediate coadiuvate da una voce limpida e coinvolgente.

Tanti i riferimenti ai gloriosi anni 50/60, vere e proprie colonne portanti di questo lavoro, ma non parliamo di mero revival in quanto, pur rimanendo improntati su quei giri piuttosto conosciuti, arricchiscono il tutto con una verve indie melodica attuale, slanci eighties ed una certa essenzialità capace di dare un tocco personale e sincero a tutto l'organico. Ma non è finita qui; ad impreziosire ancor di più queste efficaci armonie power surf-pop / garage-rock'n'roll dalla carica soft punk e vagamente blues intervengono anche tocchi di banjo, sax, tastierine “giocattolo”, arpeggi e tutte quelle particolarità capaci di esulare dal contesto di riferimento e caratterizzare il proprio sound specifico.

Difficile poi resistere all'energia contagiosa sprigionata dal carisma dei cinque ragazzi o a quel desiderio di buttarsi nelle danze ed in fondo la “validità” della musica si conta anche in quel che riesce a creare nell'unione collettiva, perciò, è inutile disquisire su come e quanto questo lavoro cambierà le sorti della musica (non pretende neanche di averne le velleità) ma se volete godervi pienamente la vostra estate o portarne con voi i sapori, fate un giro su questa giostra. Non ve ne pentirete.





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Miss Chain & the Broken Heels:  
misschainthebrokenheels.bigcartel.com
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martedì 6 novembre 2012

Recensione Iceberg - Caro Tornado

New Model Label - 2012

Con lo scopo dichiarato di voler suggellare su disco la carica dei loro concerti dal vivo, gli Iceberg portano alla luce “Caro Tornado”, debutto ufficiale di questo terzetto pavese nonché messa a fuoco della prima fase artistica degli stessi.
Ciò che evince ascolto dopo ascolto, infatti, è proprio come questo lavoro marchi la sensazione di arrivo al capolinea di un percorso e, allo stesso tempo, tracci le linee guida da seguire per i successivi passi. Tuttavia, anche se la sensazione di un buon secondo passo è tangibile, tale percezione porta via grosse dosi di entusiasmo verso ciò che si ha tra le mani, immergendoci così in acque buie in cui si annaspa a pochi metri dalla riva.
Tale “scelta”, d'altronde, si rende inevitabilmente complice di un'attesa verso i nuovi passi, quelli caratterizzati da maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità e, possibilmente, più carichi di quella personalità in grado di farli distinguere tra la folla.

Pestano le pelli con vigore, disdegnano gli eccessi puntando dritti alla sostanza per rendere ruvida ogni angolazione, cadenzano con discreta abilità i momenti tesi e quelli più ariosi, lasciano spazio a diverse chiavi d'interpretazione grazie ad un songwriting evocativo e soffuso, eppure, anche se  continuassimo ad annoverare i punti a favore di questo lavoro, non solo potremmo trovare i corrispettivi contrari ma, pur facendone un mucchio ben stretto, non riusciremmo ad arrivare a quel grado di compattezza capace di rendere inscalfibili i succitati aspetti.

Di fatto si può citare anche solo l'ultimo elemento chiamato in causa ed, in un battito di ciglia, ecco qui spuntare lati meno rosei come: una certa ridondanza della linea compositiva, sciapi sprazzi di evidenti false righe brondiane/verdeniane o un cantato spesso poco convincente e colpevole di abbassare ancor di più il livello di tutta la faccenda.

La passione però non manca e, sostanzialmente, questo cocktail a base di rock, noise e melodia in cui si shakerano dosi di cantautorato e verve grunge, si lascia ascoltare (soprattutto se siete fan degli anni '90 dall'accezione alternativa), pertanto, dati i presupposti, mettere in conto un certo margine di miglioramento non è un'impresa ardua.

Caro Tornado, venendo alle somme, è quindi solo la punta di questo iceberg e, come natura insegna, sotto c'è ancora molto da scoprire.




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martedì 9 ottobre 2012

Recensione The Churchill Outfit – tCO

Produzioni Dada - 2012

Quando i The Churchill Outfit ufficializzarono per la prima volta il loro smisurato amore per la musica di qualità ne venne fuori un ep di quattro tracce capace di trasudare passione e buoni propositi. Palesati o dall'interessante profumo del “in divenire”, quelle intenzioni hanno cominciato a scavare, in maniera subdola e latente, una certa attesa verso un'opera più completa, consapevole ed esplicativa, tanto che tra un lavoro ed un altro intercorre un breve lasso di attesa ma, senza interpellare il raziocinio, la smania interposta è riuscita a farcelo percepire come un vero supplizio. Alla fine però eccoci qui, dopo un anno, con il pagamento della fiducia investita, ma soprattutto con quello che a tutti gli effetti è un gioiellino artigianale capace di travolgerci con sapori immortali nudi od angolati fino al punto di essere resi irriconoscibili pur mantenendo la fisicità con cui il gruppo si è approcciato in tale intento.

Già, perché l'attrazione fatale per gli anni 70 fa parte del loro DNA e di certo non poteva mancare il suo influsso anche in questo primo full-length, ma stavolta sono andati ben oltre, mostrando con veemenza i frutti dell'adoperarsi verso un sound inedito ed idoneo a mantenere intatta, senza lasciarsi triturare, una certa onestà derivativa.

Ciò che maggiormente marca l'evoluzione sonora del quintetto bresciano è indubbiamente la particolare sensazione di contemporaneità retrò, una sorta di 2012 seventies style, capace di conferire all'aspetto generale lo strato di personalità in più di cui prima si sentiva la mancanza. Tale fattore, ad ogni modo, non è l'unica evoluzione avvenuta, in quanto, sperimentando con le atmosfere psichedeliche a stelle e strisce acide ed allo stesso tempo ipnotico/onirico quanto tremendamente rock, prendono vita flussi dai connotati folk, blues o brit-wave in cui non si percepisce più l'ombra dei toni nostalgici ma si evidenzia, al contrario, la padronanza di ogni aspetto. Gli elementi succitati, oltretutto, divenuti abili nel mostrare ampie aperture verso la melodia ed a rifinire la caratura mediante la calibrazione di luci e ombre sottolineano ancor di più la poca rilevanza dell'argomentare il tutto con i tempi dilatati che il caso sembra richiedere, portandoci così inevitabilmente verso lo sbocciare di un suono imprevedibile. Tale insieme, unitosi a sua volta con le buone doti tecniche dei tCO ed al processo di sottrazione atto a non indebolire le strutture, infatti, riesce a far perdere il concetto reale del tempo e a far diventare la media dei tre minuti di ogni pezzo lo spazio necessario per stabilire una personale percezione della durata del viaggio.

A tutte queste note preziose aggiungiamo infine una produzione più curata rispetto al precedente lavoro, il non ostentato ma presente respiro internazionale o la buona qualità del songwriting ed il gioco è fatto: questa ragionata poco più di mezz'ora fissata in musica diventa a tutti gli effetti motivo di giubilo in tutto il regno. Mostrate quindi la vostra soddisfazione come meglio credete, il momento che aspettavamo è arrivato e di certo non resterà un episodio isolato.




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The Churchill Outfit: www.thechurchilloutfit.com
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martedì 11 settembre 2012

Recensione Omid Jazi - Lenea

Jestrai Records - 2012

A sei anni Omid Jazi riceve dal padre (musicista ed insegnante di musica) un dono prezioso, una tastiera. Passano gli anni e, dopo aver studiato pianoforte al conservatorio ed imparato a suonare la chitarra da autodidatta, fonda il primo gruppo, i Feedback, per poi approdare con il tempo e l'esperienza ai Water in Face ed ai Supravisitors.
Il 2011 lo vede in giro, fuori e dentro i confini della Penisola nelle vesti di supporto live del fortunato Wow Tour dei Verdena in cui si è distinto per le sue doti di polistrumentista tanto da guadagnarsi il titolo di membro integrante del gruppo.
Arriviamo ora all'ultimo capitolo, ovviamente in termini cronologici, scritto dal giovane artista, perché questa storia parte proprio da qui, nelle pause tra un concerto e l'altro insieme al trio bergamasco.

Eccoci quindi giungere a Lenea primo ep firmato a suo nome in cui Omid, nel ruolo di one-man band, dà libero sfogo alla sua vivida creatività.

Questo assaggio di cinque brani, a cui ad ottobre seguirà il primo full lenght, infatti, è un vero e proprio catalizzatore della personalità e del circondario del suo fautore, facendone in questo modo un'opera unica ed irripetibile proprio come un'impronta digitale.
Ciò che evince anche con un solo ascolto fugace, d'altronde, è proprio come tale inscindibile alchimia sia stata la scintilla da cui tutto si è generato e fondato, sviluppando un io cristallizzato in musica capace di metter a nudo, in modo cripticamente visionario-realistico, il suo autore.

Bastano una ventina di minuti incisi su disco a far fondere i nostri contorni con i suoi e, una volta amalgamati assieme, lasciarsi dirigere manderà in solluchero la nostra fame di sensazioni  risucchiando linfa vitale filtrata tramite la nostra.

E di pietanze, anche se sulla carta ne risultano solo cinque, ne verranno servite un bel po', perché Omid passa con disinvoltura da momenti schizoidi a quelli più introspettivi, lasciando intatta la componente onirico-dattilografa che lo contraddistingue e puntando, in maniera naturale, su una produzione ben curata.

Tra ritornelli ipnotici, synth, violini, suoni tribali, cambi di atmosfere gravide di sperimentazione, pattern, percussioni, cori, archi, echi, effetti, kaoss pad, chitarra-padrona e chi più ne ha più ne metta svetta oltretutto un songwriting compatto e suggestivo capace, senza indugi, di concedersi un'accezione “all'italiana” rivisitata con la verve di chi tende a mischiare aspetti diversi senza denaturalizzare le materie prime.

Questo freak-pop sixties/eighties versatile al punto da riuscire ad abbracciare slanci elettronici, noise e venature shoegaze ha la capacità di rimanere semplice e fruibile pur contando su una miriade di dettagli, un'abilità, questa che, unita al modo ossessivo in cui il tutto penetra nella testa, fa risultare tale  ambizioso ep un motivo per cui è d'obbligo un accorato countdown fino all'uscita del primo disco ufficiale. Nell'attesa: ascoltare a ripetizione Lenea in versione in studio o dal vivo (anch'essa, parola, di grande impatto).


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lunedì 3 settembre 2012

Recensione New Candys - Stars Reach The Abyss

Foolica Records - 2012

Dall'omonimo Ep in analogico tornano i New Candys ricchi di nuove esperienze e velleità. Guadagnano così, con questa prima prova ufficiale che li vede trionfanti nella delicata impresa atta a far risplendere di luce plumbea l'unione feconda del suono caldo delle viscere del rock con il fascino perverso della decadenza, un biglietto di prima classe verso l'olimpo dei “gruppi da tenere sott'occhio”. Un bersaglio, questo, centrato già con i loro primi passi e, resosi ancora più meritevole dal pieno appagamento delle aspettative preposte, di certo non mancherà di un seguito altrettanto fulgido.

Le coordinate base del gruppo possono tradursi in: giovane età, Treviso e percorso artistico intrapreso insieme dal 2008 ma, anche se i pregiudizi relativi possono rendere arduo l'accostamento dei passi compiuti successivamente, i quattro, in barba ad essi, hanno dimostrato come il talento possa essere radicato anche nelle fresche formazioni nostrane alle “prime armi”. E ve ne accorgerete fin dalle buie note iniziali in apertura.

“Qualità” d'altronde sembra essere la parola feticcio di questi onnivori musicali, i quali, dosando in maniera cadenzata luci ed ombre, riescono a farci immergere in un super accessoriato trip a cinque stelle alimentato da passione e ricerca sonora. Preparatevi, quindi, ad un viaggio capace di cambiare le vostre necessità, perché qui non si scherza e le intenzioni vengono esposte durante lo scorrere caleidoscopico di “Stars Reach The Abyss”.

E' proprio la struttura plastica dei costrutti, infatti, a rendere noi ascoltatori succubi delle sensazioni, facendoci approdare, in maniera più o meno repentina, da una cospicua dose di trasognata psichedelia ad un teso shoegaze sporco e visionario. Ma se il suddetto prospetto potrebbe rendervi sazi sin da ora vi conviene starne alla larga, perché tale approccio non è che l'inizio dell'esperienza in cui i quattro ragazzi, con il loro immaginario zampillante, hanno intenzione di condurci.

Flussi di coscienza evocheranno immagini definite o più soffuse, distorsioni avvolgenti deflagreranno la nostra intimità, voci profonde, riverberate o rese strumento ci faranno smarrire la percezione della realtà eppure non basta, non hanno intenzione di fermarsi neanche qui sfruttando così al massimo le potenzialità di ogni aspetto, tanto che il minutaggio di questo lavoro segna 46 minuti, ma la nostra esplorazione sembra iniziata ormai da tempi immemori.

L'incedere di pulsazioni mantrico-etniche (vedi impreziosire con percussioni, xilofono o sitar alla Ravi Shankar) congiunte con atmosfere rock-noise lisergiche, saturazioni di evanescenze stoner ed un certo appeal suadente anche nei picchi maggiormente stratificati sono poi, senza dubbio, ulteriori campanelli di allarme abili a sottolineare il modo in cui uno scenario conosciuto possa riservare sorprese e particolarità capaci di renderlo godibilmente nuovo. Una caratteristica, questa, facilmente annoverabile tra le fondamentali ma, tuttavia, difficile da raggiungere e, pertanto, la sua presenza risulta ancor più un aspetto fondamentale per constatare la validità della prima produzione della band.

Ritmiche marziali, crescendo di chitarra, dilatazioni oscure, rimandi new wave, garage o subdole aperture dagli slanci danzabili aggiungono ulteriori tasselli ai rimandi 60/70 ma, proprio come nel mondo di contrapposizioni in cui i New Candys ci hanno portato, i sopracitati elementi riescono allo stesso tempo a rafforzare l'assetto soggettivo della verve del gruppo.

Questo è quindi ciò che avviene quando le stelle raggiungono l'abisso. L'avreste mai detto?.

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New Candys: www.newcandys.com
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venerdì 3 agosto 2012

Recensione Low Frequency Low - Mission

Foolica Records - 2012

Abbandonate in parte le sonorità indie party harder, i Low Frequency Club tornano, a due anni di distanza da West Coast, con un nuovo lavoro intitolato Mission maggiormente incentrato sulle attitudini elettroniche del suono di fine anni '90 (prima metà del disco) e anni '80 (seconda metà del disco). Chiudono le fonti di luce, saturano l'aria di mistero mandando così i nostri tessuti nervosi in ipossia e, una volta fatti schiavi di una sorta di stordimento ipnotico, scateneranno un personale mondo sonoro basato sui lati oscuri dei rimandi sopracitati.

D'altronde proprio il campo visivo gioca un ruolo primario in questo nuovo lavoro del trio bresciano, in quanto, come secondo loro stessa ammissione, esse sono state il motore da cui successivamente è fluito l'insieme di note.

Non pensate però che i tre abbiano perso il proprio groove distintivo, perché esso, pur presentandosi  sotto vesti più elettriche e meno pop, è ancora prospero tra le strutture e non mancherà di farvi sortire i suoi effetti.
Ovviamente, non è difficile rendersene conto, la predisposizione originaria ha mutato i suoi corsi, ma il pulsante gioco di ritmiche, ora più sincopato e claustrofobico, riuscirà a trovare i consensi anche degli estimatori dei LFC prima fase.

D'altro canto non si può certo dire, infatti, che durante lo scorrere di Mission manchi il tempo di agitare gli arti, anche se probabilmente non vedrete il vostro circondario mentre lo fate, ma a cosa vi serve il senso oggettivo della vista quando ci pensa quello che state ascoltando a passarvi moltitudini di immagini?.

Tuttavia, tra tanti punti a favore, una falla c'è ed è riscontrabile in alcuni momenti in cui il tiro perde di intensità; un aspetto, questo, sicuramente meno riconoscibile quando ci si trova in una dimensione live, ma più evidente in un ascolto casalingo.

Battiti, percussioni torbide, tensioni funky, synth, chiusure con tracce di oltre sei minuti, sono solo alcuni degli elementi di questo disco. Chiudete gli occhi, lasciatevi trasportare e scoprirete ascolto dopo ascolto, quanta ricchezza possiede un sound dall'assetto sì “easy listening” ma capace di non risultare scontato.


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Low Frequency Club: http://lowfrequencyclub.it
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mercoledì 1 agosto 2012

Recensione The R's - Empire Mickey

Foolica Records - 2012

Ne hanno fatta di strada i The R's da quando, ancora sotto il nome di The Record's, davano alle stampe interessanti esempi di fascinazioni sixties. E di chilometri ne hanno percorsi anche nel senso proprio del termine a giudicare dalle città, site dentro e fuori dai confini nazionali, depennate nel loro tourbook.
Cammina, cammina quindi ed eccoli nuovamente qui con un prodotto finito dal nome Empire Mickey, un disco in cui i siffatti percorsi hanno preso le redini del suono e, con in testa l'intenzione imperativa di arrivare lontano, sono pronti a cavalcare senza freni verso i propri orizzonti.

Una volta finito di fornire di mantelli scuri gli aspetti spensierati peculiari dei loro precedenti lavori, il trio bresciano si trova a muoversi ora, con ruvida freschezza, verso i lati lividi del pop post-beat fatto di rimandi rockeggianti e  volteggi psichedelici, per poi continuare nell'impresa riducendo all'osso i motivi di distrazione fino a rendere lo scenario tessuto un luogo senza via di uscita.

Le strutture si irrobustiscono, l'allure vintage lascia ampi respiri ad una cifra stilistica meno manieristica e maggiormente riconducibile ad un proprio marchio di fabbrica, i suoni apprezzano i sapori sintetici ed esplorano articolazioni tribali e caraibiche. Ma se tutto questo non servisse a stuzzicare ulteriormente gli ormai meritati consensi vi basterà puntare le antenne verso il particolare modo di tirare fuori sensazioni ariose anche nei passaggi torbidi e circolari

L'attitudine per la melodia, infatti, non si è dissolta fino a segnare un cambio di rotta drastico, ma palesa la sua presenza in modo subdolo quanto fondamentale, riuscendo così, proprio tramite tali sottopassaggi, ad infondere una plumbea energia corroborante. La moltitudine di sordidi aspetti, d'altronde, conferisce, all'aurea dei cinque pezzi, una valenza pragmatica difficile da negare in quanto le sensazioni deflagrano in sordina infuocandoci con memorabili rimandi dicotomici. Queste precise espressioni non solo sono capaci di confondere la cognizione delle loro origini ma, allo stesso tempo, riescono a non farci capire perché ci viene voglia di ballare pur sentendo l'amaro in bocca e viceversa.

Tra synth, efficaci modulazioni vocali in singolo o in fusione, basse frequenze orchestrate insieme a falsetti, tastiere luminescenti, percussioni, riverberi, organi ecc. l'abilità del trio nel tirare fuori la melodia da chi ascolta raggiunge i massimi picchi enfatizzando oltremodo la validità di scrittura, arrangiamenti e produzione degli stessi.

17 minuti per i The R's sono quindi sufficienti per creare un pandemonio e, anche se Empire Mickey ha l'aria di essere il primo passo verso un cambiamento più sostanzioso, riuscirà sia a provocare un forte desiderio di avere tra le mani il prossimo lavoro sia a far gustare pienamente quello attuale.


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martedì 31 luglio 2012

Recensione Verbal - Verbal

Neverlab - 2012

Se dovessimo concedere libero sfogo alla nostra fantasia e le lasciassimo mettere uno davanti all'altro i passi compiuti dai Verbal per suonare dal vivo la loro proposta musicale, ci troveremo per direttissima in luoghi ben lontani dal nostro immaginario quotidiano riuscendo così, in un batter d'occhio, a godere dell'esperienza di un lungo viaggio. Oggi, però, il sogno ad occhi aperti ci viene offerto direttamente dal più concreto raziocinio, il quale, addirittura con minor sforzo, non dovrà far altro che giovarsi del risultato della somma di tali chilometri cristallizzati nel disco omonimo del quintetto bergabasco. In questo modo non solo ci troveremo a ricoprire una tratta altrettanto lunga fatta di suoni ed evocazioni, ma potremo renderci realmente conto di come la coesione e il farsi le ossa sui palchi siano elementi basilari per la riuscita di un disco; tanto che di opera prima si tratta ma davvero non pare, almeno per quel che riguarda i due fattori appena citati.

Ciò che balza subito all'attenzione, infatti, è proprio come queste sei tracce emanino compattezza tra i componenti della band e buone capacità tecniche, le quali, unite ad una fervida curiosità a cavallo del trovare nuovi costrutti, sopperiscono i momenti statici e/o ripetitivi del lavoro.

Suoni inconsueti, stratificazioni, voci in funzione della musicalità e il mischiarsi di cinque individualità diverse, d'altronde, sono solo le prime scintille che innescano il post-rock non convenzionale dei Verbal e, a mano a mano dello scorrere del disco, ci renderemo conto del numero sempre crescente di avventure che ci attenderanno. Ad ogni modo, se la base di riferimento può dirsi il post-rock, è altrettanto vero che i “giochi” dei cinque ne plasmano l'identità facendone confondere gli schemi del genere con mutazioni math, kraut-noise o sfumature tendenti al doom, industial o funk capaci di creare, tra spigoli e geometrie cosmiche, mondi ricchi di pathos nervoso e dissonanti inquietudini.
Proprio tutta questa ricchezza di imput, oltretutto, concede un'arma di valutazione in più all'ascoltatore, il quale ottiene carta bianca nella codificazione ed interpretazione dei suoni ritrovandosi, tramite tali modalità, ad essere un tassello fondamentale nel decretare la personale validità di questa produzione.

Distorsioni graffianti, riverberi spettrali, ritmiche vigorose quanto ipnotiche, tensioni acide, citazioni colte, tempi dispari e quant'altro sono l'anima da cui restare abbagliati e ne fanno un rispettabile primo esempio di esistenza in cui potremo notare sì ancora il bisogno di affinamento, ma anche il palesarsi di qualità espresse ed in divenire dei cinque componenti.

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giovedì 19 luglio 2012

Recensione DID - Belong to You

Foolica Records - 2012

La parola -certezza- si associa con disinvoltura ormai da tempo ai Did, una sorte, questa, condivisa, con altrettanto slancio anche dalla loro etichetta, la sempre attenta Foolica Records. Cosa possiamo aspettarci di conseguenza dalla rinnovata unione delle due forze? I maligni potrebbero incoraggiare risposte simili a quelle che girano intorno a chi compie un passo falso o a gruppi incapaci di reggere il peso del precedente buon lavoro, ma questi non sono i protagonisti adatti a dar riscontro a tali supposizioni e pertanto con “Belong to You” giunge intatta la ritrovata fede nella siffatta unione.

A distanza di tre anni da “Kumar Solarium” ecco quindi avvalorarsi la tesi tramite il neo arrivato Ep, il quale si struttura non solo con il giusto equilibrio tra riconoscibilità degli elementi distintivi “passati” e la voglia di ampliare il proprio sguardo, ma anche puntando sempre più verso un respiro internazionale da non sottovalutare.

Punti di forza come la carica punk-funk dal sangue sintetico ricco di elementi multietnici sono pertanto ancora segni vividi e presenti del loro percorso, ma la voglia di sperimentare ne ha sfumato gli angoli fino a cambiarne la forma. E' perciò in questo modo che i quattro ragazzi, pur senza denaturalizzarsi e godendo della forza degli elementi sopracitati, riescono a farci approdare in lidi smaccatamente diversi da ciò a cui ci avevano abituato finora, ma il diritto di perdersi, garantito, non sarà concesso nemmeno una volta riscontrato l'abbassamento del tasso di acidità.

Electro pop avvolgente, voci filtrate, delay, percussioni, riff ossessivi, melodie rarefatte dagli andamenti rockeggianti ed i tratti post-punk impregnati nelle sempre presenti sonorità inusuali sono ora i dictat di questi torinesi, ma in fondo la sostanza resta invariata: farci ballare fino all'ultima goccia di sudore.
Un'unica pecca va infine alla scarsa quantità di materiale proposto (quattro tracce) la cui esiguità è  capace di penalizzare in maniera considerevole l'esposizione delle potenzialità della prolifica band. Ma d'altronde si sa, l'habitat naturale dei Did è sul palco, lasciamoci ingolosire da tale assaggio e gustiamo il tutto in sedi più appropriate.


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lunedì 9 luglio 2012

Recensione Uochi Toki - Idioti

La Tempesta dischi - 2012

Ad un disco degli Uochi Toki ci si accosta sempre con una cospicua dose di sensazioni contrastanti, un mix, spesso letale, capace di indurci, con altrettanti epiloghi dicotomici, verso la voglia febbrile di premere l'agognato tasto play o scappare da esso il più lontano possibile.
Timori strazia budella ingozzeranno nuovamente i nostri centri nervosi finché le domande di direzioni avverse lasceranno il posto ad un'unica entità incalzante: la curiosità masochista che ruota intorno ad ogni nuovo lavoro targato Rico/Napo.
Essa, infatti, si lega in modo confacente con la sana voglia di scoprire e mettere in discussione tutto ciò che ci circonda (sia esso fuori, dentro, intorno o lontano da noi stessi) portandoci così verso un ottimale stato di ricezione.

Avvicinarsi con tali propositi, oltretutto, farà sì che puntare orecchie&cervello verso i dischi di questo duo, noto ormai ai più ma soprattutto ai meno, diventi sempre più una sorta di necessità avvelenata, una tassa obbligatoria (da pagare come meglio si crede) per allenare la mente  rendendola viva, attiva e resistente agli urti spesso in modalità elastica.

Esimersi dal dare adito all'altra faccia delle sensazioni, in ogni caso, risulta un'ipotesi impossibile da concettualizzare razionalmente e, pertanto, compreso nel prezzo avrete anche strabordanze verbali,  sanguinamenti sonori e probabili perdite delle staffe. Ma questi sono gli UT, prendere o assolutamente lasciare, un'irriverente macchina per la massacro-stimolazione dei pensieri idonea a sfruttare il peculiare utilizzo degli abbondanti mezzi per far filtrare, tramite le risorse di chi riceve, tutto ciò che può essere utile alla causa. In altre parole: sta solo a noi decidere la nostra sorte confrontandoci con la complessità dei torrenziali mix di convulsivi concetti strutturati mediante giochi linguistici e metalinguistici fusi su basi sonore concretamente visionarie. Armarsi fino ai denti diventa quindi un imperativo categorico.

Sette dischi, “svolta” pop annunciata ed arrivata sotto Uochi Toki sembianze, perché certamente non è ancora sorta l'alba in cui potremo accostare il nome del duo alessandrino alla diffusione di massa o al concetto business del termine, tuttavia tale dicitura può essere considerata adatta se si prende in considerazione l'ormai palese voglia di creare un punto di contatto con l'ascoltatore.
Magari ci ritroveremo spalle al muro ed inondati da incessanti mitragliate moleste al “limite” dell'arroganza, ciò nonostante, proprio tale sevizio temprerà la nostra corteccia facendoci rendere conto di come, pur avendo a disposizione una vasta gamma di chiavi d'interpretazione, non usciremo vivi neanche dal primo pezzo se non scatterà qualcosa (qualunque cosa) dentro di noi.

Come alchimisti della lingua e della forma sonora maniacalmente composta capace dipanare un caos metodistico, questi idioti à la von Trier smembrano la realtà fino a sbatterci in faccia anche la più infima falla, riuscendo a parlare di tutto e facendoci mandare giù vere e proprie odi alla semantica o vorticosi trattati nozionistici mai fini a se stessi.

Locuzioni, termini, didascalie, basi industial-cyberpunk ricche di frequenze subdolamente basse infondono a questo avant-uochiraptoki un'anima più scura rispetto ai precedenti lavori, facendone in tal modo un disco da scoprire ascolto dopo ascolto.

Questa, che dire, è una vera e propria lotta all'ultimo respiro e, statene certi, vi farete male. Parola di idiota.





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giovedì 7 giugno 2012

Recensione Hot Gossip - Hopeless

Foolica Records - 2012

Dopo alcuni assestamenti di line-up ecco tornare con un nuovo album gli Hot Gossip, ora più propriamente denominabili come progetto del one band man Giulio Calvino, ma sempre vivi e prosperi al di là di qualsiasi definizione. Siano tre, trentatre, centotre o uno&soci ai fini poco importa perché l'anima del singolo riesce a dare l'impressione di un esercito ed a collimare con tutto il necessario mantenendo, oltretutto, viva la cifra stilistica e il tiro sonico a cui siamo soliti associare questo nome.

I ritmi si dilatano, la voce diventa crepuscolare, gli scenari si gonfiano di un particolare senso di fiducia la quale, pur corroborata da energia misogina, riserva comunque buone attese verso il genere umano.
Filtrata da questo singolare punto di vista ossimorico si dipana così, capitolo dopo capitolo, la realtà che ci circonda, ora vestita con abiti notturni e pronta a prenderci per mano ed a condurci verso riti sacrificali in cui l'agnello di turno saremo proprio noi.

Otto canzoni, mezz'ora circa di tunnel lividi e siamo pronti per essere sezionati al fine di far aderire  ad esse ogni nostra parte per poi porci, in questo modo, all'ascolto con le stesse modalità con cui si stringe un patto di sangue.

I tempi degli esordi garage e quelli virati verso lidi punk funkettoni pressoché coerenti con la recente onda revival sembrano giorni andati rispetto alle rarefazioni odierne, ma non è così e vi servirà non più di una manciata di ascolti per trovarne l'esatta collocazione.
Basta una rapida zoomata tra le trame di questi nuovi pezzi e vi renderete conto, infatti, di come tale passato abbia sì perso il ruolo di protagonista ma, allo stesso tempo, si sia amalgamato con il nuovo circondario stampando sopra tutto il DNA Hot Gossip e donando, altresì, maggiore forza alle strutture e personalità al suono generale.

Il sapore derivativo, senza tirar fuori il solito sancta sanctorum dei nomi di riferimento, c'è, ma, proprio grazie a dettagli come quello di cui sopra e un flusso più marcato verso la sperimentazione, riescono a non farne sentire il peso trovando vita propria e facendoci godere di tali rimandi rivisitati.

La cura del suono e della produzione sono altri elementi di crescita facilmente riscontrabili in questo terzo disco, i quali riescono a sottolineare la validità della siffatta miscela prog-rock / shoegaze shakerata con un brit-pop sporco d'autore dai tratti noise / psichedelici.

Tutto questo si chiama inferno ed è quello targato HG, fumoso ed epico come la colonna sonora di una cantica dantesca e se, nel mezzo del cammin di vostra vita, il quotidiano vivere vi ha strappato via ogni speranza, forse proprio in “Hopeless” ne troverete altre. Una intanto è già certa: la musica nostrana è salda e non teme paragoni.




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Hot Gossip: www.hot-gossip.org
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sabato 19 maggio 2012

Recensione Colapesce - Un meraviglioso declino

42Records - 2012

Basterebbe il paio di parole utilizzato per titolare il primo lavoro solista di Lorenzo Arciullo a far esplodere un immaginario capace di catturare la realtà e tradurla in magia dalla luce ombrosa, ma in tempi di governi tecnici i sognatori non badano a spese e questo giovane, in arte Colapesce, distilla a tale scopo il sopracitato ossimoro perfetto in tredici pezzi-gioiello idonei a discorrere con la nostra anima.
Le grandi manovre dei subconsci, raziocini ed epidermidi private, d'altronde, sono il motore immobile della poetica di Arciullo, eppure qui non abbiamo bisturi affilati pronti ad affondare dentro di noi, bensì parole soffici disposte a mutare a seconda dell'animo incontrato.

Quello di Colapesce, non certo estraneo alla scena (vedi il ben avviato progetto// Albanopower o gli estemporanei Santiago), infatti, è un disco fatto di sensazioni, sopravvivenza ai minimi storici e pura bellezza estatica in cui ogni aspetto è fondamentale e collocato con commuovente cura materna. Un lavoro fatto di parole, musica, magia e nulla più, la cui validità si concretizza mediante il calore umano di chi ne ha le redini e si espande fino a sublimare il circondario di soavi immagini e profumi post idealisti. Ma non è l'edulcorazione a vestire d'incanto la realtà ma, al contrario, i suoi aspetti  più crudi, i quali vengono nobilitati attraverso le strutture dei componimenti fino a sentire il desiderio di tenerti per mano e condurti in punta di piedi lungo il candore dello scadimento quotidiano.

Tramite la “semplice” forma canzone, quel tanto violentato uso del basilare strofa-ritornello-strofa, vengono soffiati, al ritmo di battiti del cuore, respiri e sudore, piccoli tasselli / mondi a sé atti a costruire nell'insieme uno scenario definito quanto libero di interpretazioni.

E sono davvero incalcolabili i microcosmi su cui si regge il disco di questo artigiano siciliano, sfiorateli a piacimento e, tra questi arrangiamenti maniacalmente costruiti, timbri incisivamente pacati e variazioni lievi quanto fondamentali, ne scoprirete ulteriori fino a diventarne famelicamente dipendenti.

Colapesce, cullandoci con non pochi scossoni, tra trame indie folk elettroniche, magistrali bilanciamenti di cantautorato moderno e tradizionale, rimandi '60 '70, influenze anglosassoni capaci di non stridere con la sua italianità e lo sguardo posto verso le regole della poesia, riesce, con cristallina ed ipnotica profondità domestica, a disarmarci di tutte le nostre difese e noi staremo al gioco. In questo modo, anche se armoniosamente subissati, emergeranno le nostre vulnerabilità, ma non ne rimarremo intimiditi perché è proprio questa la veste con cui dobbiamo approcciarci per godere dello spleen metropolitano, e fidatevi, se questo è l'aspetto del declino, è davvero meraviglioso come Arciullo dice.





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Colapesce: facebook
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giovedì 12 aprile 2012

Recensione Home - Eleven

Tannen Records - 2011

Potrei cominciare citando personaggi come Beatles, Oasis, Who, Hives, Strokes, Arctic Monkeys, Weezer ecc. ecc. ecc. ma la mano diventerebbe livida se dovessi passare al setaccio tutti i gruppi a cui si sono ispirati i veronesi Home, perciò mi limiterò a centrifugare questa manciata di nomi e a continuare per la mia strada fischiettando in controsenso, perché no, qualche motivetto di questo album chiamato Eleven ed uscito in data 11/11/11.
E' proprio sul passare oltre, però, che cade impietoso l'accento, sottolineando quanto sia avvilente far incontrare le proprie orecchie con una band dalle solide qualità rimasta ferma allo start perché distratta da tutti i frutti che si possono cogliere prendendo a braccetto i mostri sacri di cui sopra.
Ecco così sfumare anche la prova dell'easy-to-whistle, in quanto, con facilità, ci si può confondere tra le strutture e dirottarci inconsapevolmente sulle note di quel qualcosa la cui sequenza si riesce ad intonare con lo stesso automatismo riservato alla respirazione. Tutto questo avviene, proprio per il cospicuo tasso di familiarità di certi rimandi con il nostro DNA ed immaginario collettivo, e se proprio vogliamo sentirci usignoli, saremo costretti a passare oltre, ancora.
Ci troviamo in questo modo nuovamente al punto iniziale come i corsi e ricorsi storici insegnano tornando a manifestarsi, senza darci diritto di replica, per poi esaurirsi, andare in cerca d'altro e riproporsi successivamente. Ma queste sono, d'altronde, le regole del gioco e non c'è certo bisogno di metterle in discussione per portare alla luce un disco valido, tuttavia, quando si fa economia su elementi basilari come la personalità il risultato è un'inconfondibile linea piatta tipica quanto la sua origine.

Per carità, la miscela letale delle collaudate perle di brit-rock 90s, beat 60s, rock'n'roll 50s contaminato da indie-garage in bilico tra la produzione moderna e il revival è quasi sempre una mossa vincente, soprattutto se i suonatori eseguono il tutto con perizia, ma finisce qui, usa & getta.

In Eleven c'è del buono ovviamente, sennò non saremmo qui ad indispettirci, e si va dalle tonnellate di energia, songwriting curato (vero motore del gruppo capace di differenzialo da un mix di cover band), un suono pulito idoneo a far leva sull'onestà dello stesso e su quello che realmente serve, fino alla sicura dote di quei coretti sì di ordinanza ma piazzati nel punto preciso in cui non senti poi troppo il peso del già sentito. E nulla si può dire anche del saper gestire e rendere efficaci atmosfere diverse ed a quelle astuzie tecniche, capaci di dare un valore aggiunto stendendo una patina vintage al moderno, come: registrare alla vecchia maniera o usare la tecnica dell'automatic double tracking cara all'amato John Lennon, ma proprio a causa di tutti questi buoni scorci ci si aspetta uno sforzo maggiore. Possiamo perfino andare avanti prendendo in considerazione la ben riuscita cover di The Goonies 'R' Good Enough di una Cyndi Lauper spogliata dei suoi toni ottantiani e riletta con l'attitudine del gruppo, ma niente da fare, finché essa resterà solo una verve di rimando, la totalità di questo scenario potrà addirittura ritorcersi contro.

Proprio non si può accettare uno spreco creativo quando si assiste già ad un consueto annaspare ed emergere di mezze cartucce che saturano ciò che già straborda e quindi, purtroppo, si arriva davvero a chiedersi perché gli Home si accontentino di fare un disco buono solo nei sottotesti.





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Home:
www.myspace.com/homeonmyspace
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martedì 10 aprile 2012

Recensione Heike has the Giggles - Crowd Surfing

Foolica Records - 2012

Prendete la forza di cento persone e pompatela dentro tre ragazzi dall'aria sveglia e la voglia di non fermarsi mai, moltiplicate successivamente il tutto per cinque e avrete davanti a voi non più della metà della carica degli Heike has the Giggles.
Ai più questo nome non risulterà certo sconosciuto, ma per i malcapitati a cui tale richiamo non disegna ancora immaginari precisi è giunta l'ora di dar retta a quella sveglia, situata appena sotto il naso, intenta, non a caso, a suonare già da un po' di tempo.

Ecco arrivare, quindi, per buona sorte della seconda fascia, “Crowd Surfing”, il gancio giusto che vi strapperà via dallo stato di noncuranza; per chi invece ha già consumato “Sh!” e sgomitato più volte tra corpi sudati, non servono introduzioni, basterà dire “sono tornati” e gli animi si riaccenderanno.

Preparatevi tutti ora a spargere nell'aria coloratissimi coriandoli ricavati da una miscela multisfaccettata fatta di istantanee dei due anni trascorsi dal primo al secondo gradino salito e fissato su disco, non solo non ne potrete più fare a meno, ma vi renderete conto di sentire una necessità sanguinolenta ogni volta che il vostro umore si trova in discesa più o meno liberà.

Già, perché uno dei massimi benefici che possiamo trarre dall'ascolto è proprio una tangibile sensazione di aria fresca ed effervescente capace di alleggerire i toni plumbei pur contenendone specifiche nuance, contagiandoci in questo modo con la stessa giggles di cui Heike è affetto. E la ridarella lo sappiamo tutti, una volta innescata difficilmente si riesce ad arginare, portandoci così da momenti di brio devastante a lacrime traducibili come segno di una totale messa a fuoco del non-controllo o di qualche riga di sale amaro resa meno violenta dalla grossa dose di ilarità.

Figli riconosciuti del post-punk rockettaro d'urgenza giovanile (classe '88) gonfia di malcontenti quanto di sovraeccitata solarità, con questo nuovo lavoro gli Heike continuano a percorrere la stessa strada da cui ci intimavano il “silenzio”, cavalcando, però, con passo più sicuro ed irrobustito dalle esperienze fatte in questo lasso di tempo. Riescono, pertanto, ad apportare, con una crescita fisiologica, sottili ma rilevanti cambiamenti capaci di non denaturalizzare il loro marchio di fabbrica pur raggiungendo nuovi traguardi.

Crowd Surfing, infatti, resta intriso di quella corporeità “tipica” della registrazione in presa diretta, ma può vantare una produzione più collimata ed idonea ad impreziosire le loro peculiarità. Anche gli arrangiamenti e la scrittura, d'altronde, pur mantenendo spontaneità, trovano uno spessore più ragionato e, aggiungendosi ad elementi come un'attenzione mirata a favore della forma canzone, riescono ad aprirsi con slancio ad un pop dall'animo decisamente riot predisposto a prendere le redini della sensibile maturazione.

In un certo qual modo i tre energetici ragazzi, con la loro voglia di mettersi alla prova, si sono spogliati di alcuni elementi dando un peso specifico al caos pogo-dance-funfunfun, riuscendo ora a mantenere intatte le godibilissime atmosfere dell'on-stage anche durante l'ascolto casalingo.
I testi, d'altro canto, non sono un'appendice di ritmi serrati, possenti chitarre nervose, bassi modellanti, mood esterofili e quant'altro, ma esprimono dilemmi generazionali fatti di incomunicabilità, paure, sfoghi, incertezze ecc. stretti in una morsa di impertinente ironia capace di anestetizzare tali fattori e rendere le parole ambigue una volta incapsulate all'interno di queste canzoni-mitraglietta.

Non lasciatevi spaventare, se avete più di trent'anni, da chi dice che il trio di Solarolo sono una sorta di teen band rivolta solo ad una frangia altrettanto giovane, perché forse determinati argomenti si potranno ripercorrere con nostalgia, ma arieggiare gli ambienti è necessario a tutte le età come insegnò l'arrivo di Bowie dopo anni di ottimo e meno ottimo progressive-ascolta-in-estasi-e-non-muovere-un-muscolo.

Lasciate quindi che gli HHTG s'impongano nella vostra testa con la loro power impazienza elettrica caramellata unita ad una voce di cui il rock al femminile aveva bisogno e, garantito,  non avrete remore a farvi solleticare/graffiare in modalità loop irrefrenabile, tanto che, come per ogni delirio da abuso di carica che si rispetti, potrete essere soggetti a compiere gesti “insensati” come buttarvi sulla prima folla che vi capita a tiro.




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Heike has the Giggles: 
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giovedì 29 marzo 2012

Recensione Il Re Tarantola ed Emma Filtrino - Il Nostro Amore sa di Tabacco


Il duo Il Re Tarantola ed Emma Filtrino ha un nome improbabile, un sound cialtrone retto su una media di due o tre accordi e, spostando lo sguardo su un qualuque altro punto, non si può certo dire che siano i primi della classe anche per quel che riguarda il fatato mondo del saper suonare e saper cantare, tuttavia, senza arrampicarsi sugli specchi, sono riusciti a tirare fuori un secondo lavoro meritevole.

A due anni di distanza da "Musica Sgangherata" arriva ora "Il Nostro Amore sa di Tabacco" il quale vede l'accostamento di Emma Ducoli (ex merchandiser ora promossa al charleston & rullante) al one man band Manuel Bonzi, trovando così una nuova alchimia fondata su "schemi" in linea con la visione del debutto ma più consapevoli e collimati. Il risultato è una sghemba comunione di intenti fondata su un istinto sfacciato quanto metroanalizzatore dei tempi capace, restando spesso in bilico tra il minimale e lo scarno, di lasciar trasparire la particolare poetica dei due.

In queste riduzioni alla sola sostanza, infatti, volano concetti ben argomentati e decisamente distanti dal generale alone di forte approssimazione che aleggia a primo impatto, tanto che, una volta entrati in sintonia con questo mood randagio, lasciarsi attrarre da tutte le note degne di interesse diventa un passo naturale come un giro armonico di Do.

Le strutture lo-fi punkeggianti con i suoi testi sguainatamente drastici e i suoni nati in assenza di mezzi, d'altronde, si erigono, senza troppe presentazioni, come drastiche metafore dei nostri giorni, lasciandoci spesso i medesimi rimandi emozionali del quotidiano.
Le sensazioni raggelanti, disorientanti ed a tratti irritanti del vivere anni zero sono quindi le protagoniste dei brani di questi bresciani e vengono emanate dalla totalità degli aspetti siano essi il lucido "non sense", la strampalatezza amara o la disarmante sagacia fluidificata in giochi di parole con pochi lemmi ed un numero cospicuo di sottotesti. Non a caso ovviamente sono proprio i testi a rappresentare la chiave di volta dei RT&MF, strutturando un organico sgorgato sì dall'impulso ma con un occhio di riguardo netto sui dove-come-quando-perché di ogni espressione, accentuando poi ulteriorimente il tutto tramite l'intonazione, un urletto o, perché no, un colpo di strumento giocattolo capace, proprio perché risulta una presenza 
immotivata, di calzare in modo appropriato.

Certo, bisogna sottolineare che frequentemente la loro musica sgangherata supera il limite del grezzo "consentito" sfociando nell'embrionale e le pecche della scarsa variazione sonora non sempre sono risanate dai buoni punti a favore, ma in fondo anche questi aspetti fanno parte del modo di esprimersi dei due ragazzi ed oltretutto cercare vincoli nella terra di chi ne fa a meno può risultare un paradosso. Ciò non toglie, in ogni caso, la necessità di irrobbustire i succitati punti deboli, conferendo in questo modo maggiore slancio ed una più omogena diffusione della forza.

 "Questo Amore sa di Tabacco" non urla novità ne tantomeno stupisce, basta citare precursori come il primo Bugo per trovare il bandalo della matassa, ma allo stesso tempo ci ricorda come l'espressità sia duttile ed efficace se guidata dalla soggettività, pertanto, questa volta il Re&Emma non solo la scampano ma guadagnano un pollice in alto.

Forse dovrete mettere sul fuoco una piccola dose di perversione per digerli, ma con un po' di fiducia, tra provocazioni, scazzo, ironia ed irriverenza, avrete anche il tempo di ritrovarvi tra queste espressioni; aggiungete poi l'affabilità di alcune melodie pop-folk e quel fare, che in fondo non ha le pretese di andare oltre il tempo saccheggiato, potrebbe anche rimanervi attaccato addosso. Avvertiti.


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Il Re Tarantola ed Emma Filtrino:
www.myspace.com/ilretarantola
www.facebook.com/pages/Il-Re-Tarantola-Ed-Emma-Filtrino 
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